
Padre Francesco Carloni, frate cappuccino, missionario dal 1972 a Salvador de Bahia (Brasile), ha trascorso qualche mese in Vallesina, sua terra natale. Un ponte con l’occidente. Legami di amicizia, ma anche e soprattutto di solidarietà e di scambio fra il mondo del benessere e quello della povertà. Lo abbiamo incontrato a Moie: la sua ultima domenica in Italia insieme ai malati dell’Unitalsi, a conferma del suo desiderio di condividere la vita con chi, in qualsiasi luogo del mondo, è toccato dalla sofferenza. È tornato a Salvador il 6 settembre. Ci ha raccontato la sua storia in Brasile, iniziata, appena un anno dopo la sua ordinazione sacerdotale, nelle periferie di Salvador, quasi 15 milioni di abitanti. Parole che diventano immagini, suoni, colori di una terra che appare nei depliant come una delle mete turistiche più belle del mondo, con il suo patrimonio artistico-culturale, il quartiere del Pelourinho dichiarato dall'Unesco patrimonio mondiale dell'umanità, le bellissime spiagge tropicali di sabbia bianchissima, tiepida acqua azzurra e palme sullo sfondo. A pochi passi da questo splendore, padre Francesco ci mostra il rovescio di questa terra, le sue ferite, le sue contraddizioni. “Il passaggio dall’Italia al Brasile è stato per me un elettroshock.” ricorda “A quell’epoca la vita era molto più dura di oggi. C’era in Brasile una dittatura militare spietata che ha lasciato profonde lacerazioni nel paese.” Salvador, capitale dello stato di Bahia, è una metropoli dalle ricchezze vertiginose, custodite negli eleganti quartieri dove risiedono blindati i ricchi, mentre un popolo senza volto affolla, nei sotterranei della storia, le favelas che circondano Salvador come una corona di spine. Qui una moltitudine di persone vive in condizioni di indigenza, oggi libera dalle catene legali di una secolare schiavitù, ma non da quelle economiche del potere dei fazendeiros (proprietari terrieri). “È una terra caratterizzata dal latifondo e gli abitanti sono per lo più braccianti agricoli - racconta p. Francesco - Noi abbiamo lavorato a fianco del Movimento Lavoratori senza Terra (Mst). L’esproprio delle terre improduttive da parte dello stato e la loro distribuzione a chi la vuole coltivare, cioè la riforma agraria, è l’obiettivo del Movimento Sem Terra. Il Mst chiede infatti che i terreni incolti che superano una certa superficie - da noi erano circa 10.000 ettari - siano espropriati per dare attuazione alla riforma agraria. La terra che ha queste caratteristiche viene occupata e alcune famiglie iniziano a lavorarla. Questa situazione genera aspri conflitti fra proprietari terrieri e agricoltori e il nostro compito, in questo braccio di ferro, è evitare la violenza armata, accompagnare i lavoratori nel lungo processo legale e burocratico che li porterà ad avere la terra.” Valeria, Esplanada sono alcune delle località in cui ha vissuto e lavorato padre Francesco. “Quando sono arrivato a Valeria - quartiere di Salvador - la situazione era drammatica. Non c’erano scuole, né servizi, né assistenza sanitaria.” Racconta toccando altre piaghe sociali del Brasile: l’istruzione negata, il lavoro minorile, malattie come lebbra e Tbc. mette in luce anche l’accoglienza e il calore umano della gente, un popolo delle beatitudini che chiede di uscire dalla disperazione, ed evoca con nostalgia i luoghi in cui ha vissuto ed operato. “Il nostro intento è fare un lavoro di coscienza, restituire la dignità alle persone.” L’accesso all’istruzione di base è un altro impegno fondamentale dei missionari: “C’erano pochissime scuole quando sono arrivato in Brasile. Ora ce ne sono quasi in ogni villaggio.” Lavoro e istruzione: traguardi di dignità. Immagini di sogni che si realizzano. “Ma abbiamo costruito anche molte chiese per formare delle comunità religiose. Avere terra e istruzione senza fede non serve a niente: sorgono invidie, individualismi, divisioni. Senza la luce della fede, è buio come prima.” L’umano senza il divino fallisce. E il lavoro missionario è “un dialogo con il Signore. Il lavoro non si capisce senza la luce del Vangelo, il Signore mi sostiene e qualcosa misteriosamente impedisce che si sfasci tutto.” Termina il suo racconto guardando lontano: negli occhi il desiderio di tornare a casa, in Brasile. “Mi sento cappuccino Bahiano: brasiliano con la carta d’identità!” P. Francesco riparte, sulle orme di S. Francesco d’Assisi: simbolo di una Chiesa ideale che elabora linee di sviluppo non solo in campo morale, ma anche e soprattutto in campo sociale ed economico. L’esperienza religiosa non può essere soltanto intimista e spiritualista, ma deve abbracciare l’economia, la cultura, la politica e “l’umanità deve cercare nella povertà l’uscita di sicurezza ai tanti nodi scorsoi che la stanno strangolando” (A. Zanotelli)
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