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URBINO - « Fra i tanti luoghi di devozione mariana che costellano la nostra Penisola tanto da meritare alla Madonna il titolo di “Castellana d’Italia”, non ultimo è il Santuario del Pelingo, nell’arcidiocesi di Urbino. Non sono trascorsi ancora due secoli dall’inizio dei prodigi e delle grazie, e il suo nome ha varcato i confini della Diocesi e della Provincia, testimonianza non dubbia della bontà e generosità della Madonna, ivi venerata sotto il titolo di “Madre della Misericordia” ». Lo scrive don Renato Scopa, per una vita rettore parroco del Pelingo, nella premessa dell’opuscolo contenente le memorie del Santuario, pubblicato una prima volta nel 1937 ed ampliato nel 1962 dallo storico don Franco Negroni ed attualmente in fase di ristampa. Il Santuario sorge lungo la statale Flaminia nella ridente vallata che si apre, per chi si dirige verso Roma, dopo l’aspra gola del Furlo. La nascita del Santuario è attestata da una pergamena dell’archivio del Capitolo Metropolitano di Urbino, datata 13 ottobre 1388, con la quale il vescovo diocesano Oddone da Colonna concede ad Antonio di Ceccolo e a Pelingo suo fratello di erigere un oratorio sotto il titolo del Corpus Domini e della Beata Vergine Maria nella corte del castello di Pietralata della diocesi di Urbino, nel luogo detto “Borula” entro la parrocchia della Pieve di Sant’Angelo. La scossa tellurica del 3 giugno del 1781 che si verificò ad Urbino e in tutta l’alta provincia, danneggiò anche la chiesa del Pelingo, ma salvò l’immagine della Madonna e suscitò ancora maggiore fiducia e devozione da parte dei fedeli. La guarigione di Maria, figlia di Gentile Fantoni, benestante del luogo, affetta da scabbia, avvenuta poco tempo dopo, segnò l’inizio di una serie ininterrotta di pellegrinaggi, cui si accompagnarono numerose grazie da parte della Madre celeste, che il popolo chiamò “della Misericordia”. Un secondo fatto eclatante, la guarigione della figlia undicenne di tale Maria Fabbri del Pelingo, costretta a camminare a mani e piedi, avvenuta nel 1815, richiamò fedeli in numero sempre crescente, provenienti anche da località lontane. Per accogliere tanto afflusso di gente, don Pasquale Vagni diede inizio ai lavori della attuale chiesa e casa canonica che veniva solennemente consacrata l’8 maggio 1859 dall’arcivescovo Mons. Alessandro Angeloni concedendole la parrocchialità (di cui aveva già goduto in passato) sotto il titolo della Natività di Maria. La chiesa, seppure di modeste proporzioni, è in stile classicheggiante ed ha linee armoniose. Nella parete di fondo, che si incurva a guisa di cappella, è collocata la immagine della Madonna che tiene sulle ginocchia il Bambino. La preghiera e l’unzione con l’olio della lampada dell’altare, accompagnati da profonda fede, hanno operato innumerevoli prodigi e grazie, attestati da tante segnalazioni, documentazioni e da molti ex voto, che hanno reso celebre il Santuario. I lavori disposti negli ultimi anni dall’arcivescovo mons. Francesco Marinelli, che hanno interessato la casa delle suore, l’ostello del pellegrino, divenuta oggi Domus Mariae, la struttura per ritiri spirituali, esercizi e incontri religiosi, convegni, la chiesa e l’area circostante, hanno contribuito decisamente a migliorare l’accoglienza dei fedeli e a fare del Santuario un luogo di preghiera, di soggiorno, di spiritualità. Il tutto in uno scenario di incomparabile bellezza naturale.
giancarlo di ludovico
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