| Prof. Pierpaolo Donati, La sfida educativa |
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| martedì 17 novembre 2009 | ||||||||
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Sociologo di fama internazionale premiato anche dall’ONU, Ordinario di “Sociologia dei processi culturali e comunicativi” presso l’Università degli Studi di Bologna, membro della Pontificia Accademia di Scienze Sociali, autore di ben 650 pubblicazioni: davvero prestigioso il profilo del prof. Pierpaolo Donati, relatore del secondo incontro cittadino promosso dall’ISSR “Giovanni Paolo II”, tenutosi il 13 novembre scorso a Pesaro presso Palazzo Antaldi, alla presenza di S.E. Mons. Piero Coccia.
A tema ancora una volta l’educazione. Nuovi, però, gli spunti di giudizio emersi. Innanzitutto sul modo di interpretare l’”emergenza educativa” di cui tanto si parla. Oggi c’è un’emergenza educativa – ha spiegato il professore – non tanto perché educare sia diventato più “difficile”, quanto perché è ormai considerato “impossibile”, un compito a cui si deve necessariamente rinunciare. È infatti convinzione di molti sociologi e pedagogisti del nostro tempo che trasmettere alle nuove generazioni un patrimonio di concetti, di valori, di abiti comportamentali, di modelli di vita, faccia parte di una concezione idealistica dell’educazione ormai superata. L’ideologia del “multiculturalismo”, secondo cui “siamo tutti differenti e tutti uguali”, rende sostanzialmente inutile l’educazione: bisogna lasciare che le nuove generazioni crescano spontaneamente, che trovino la loro strada attraverso prove ed errori propri. Certo, si deve sorvegliare che l’ambiente socializzativo garantisca il confronto delle opinioni. Dopodiché le scelte di ciascuno vanno accettate. La società deve essere aperta a tutte le soluzioni possibili, deve essere “egualitaria” nel senso di “indifferente” a tutte le opinioni. Come porsi di fronte a un clima culturale di tal genere? Il problema non è semplice. La strada possibile è recuperare la natura autentica dell’educazione, che consiste prioritariamente nel creare rapporti e relazioni, non nel trasmettere concetti e valori astratti. La persona umana infatti, ha detto il prof. Donati facendo riferimento all’“antropologia relazionale” e alla “sociologia relazionale” di cui è fondatore, non è solo una mente che ha bisogno di elementi cognitivi, ma è un’unità di corpo, psiche e anima che si costituisce e si sviluppa primariamente attraverso le relazioni, cioè attraverso esperienze concrete di rapporto con l’altro. Il Papa stesso del resto, nella sua ultima Enciclica, ha posto la relazionalità come categoria centrale per leggere la condizione umana e come via indispensabile per un autentico sviluppo della persona. Bisogna allora riconfigurare il sistema formativo nel suo complesso (famiglia e scuola) affinché diventi un “servizio relazionale”, una rete di scambi interpersonali, di amicizia, di fiducia, di cooperazione e di reciprocità tra famiglia, scuola e tutti i soggetti della comunità locale. A questo proposito il prof. Donati, citando il suo testo “Capitale sociale delle famiglie e processi di socializzazione” (frutto di un’indagine comparativa tra scuole statali e non), ha rilevato che nelle scuole di privato sociale (quelle cioè rette da iniziative di carattere privato, anche cattoliche, con finalità sociali) questa relazionalità è più presente rispetto alle scuole statali. Ciò che nelle prime spesso manca, invece, è la “riflessività”, cioè la consapevolezza riflessa del valore di ciò che fanno, dei loro metodi, degli esiti che producono nelle relazioni con gli altri, di come si possano migliorare. È importante, quindi, che il mondo dell’educazione cattolica si munisca di strumenti adeguati per “vedere” ciò che fa, per meglio reggere il confronto con la scuola di stato e rendersi pienamente conto della ricchezza di capitale umano e sociale che è capace di generare. Pesaro 16 novembre 2009
Paola Campanini
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