| Meditazione biblica sul libro del Levitico |
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| lunedì 23 novembre 2009 | ||||||||
Il messaggio del Levitico è senz'altro controcorrente oggi e quindi proprio per questo tanto più necessario. Dire che è dal culto - e dal culto del Tempio - che dipende la vita nella Terra suscita più di una perplessità anche tra i credenti. Che ultimamente si sono molto abituati a sostanziare la loro fede più nella caritas che nella pietas. Ma la Scrittura è chiara ed esprime categoricamente questo messaggio già con la posizione del Levitico all'interno del canone biblico: al centro della Torà, tra la cornice interna dei due libri del deserto – Esodo e Numeri - e una grande cornice esterna formata dai due libri che hanno a tema la Terra: Genesi e Deuteronomio. La struttura che ne deriva è veramente suggestiva e impressiona come un affresco michelangiolesco: avendo perduto la Terra dell'Eden, in Abramo l'umanità inizia il grande ritorno alla Terra promessa che è ormai un viaggio verso l'ignoto di Dio. Fin dal suo arrivo nella terra promessa il patriarca instaura con essa quel rapporto che poi contraddistinguerà Israele e la Chiesa tra le nazioni: percorrendola Abramo non vi costruisce torri ma altari. L'Esodo vede la nascita del popolo d'Israele culminare nell'Alleanza Sinaitica che viene stipulata al centro del deserto. E il suo vertice è il dono del Santuario mobile: il luogo d'incontro tra il popolo e Dio. Qui Dio darà di volta in volta le sue indicazioni per il cammino nel deserto fino al raggiungimento della Terra. Ora il Levitico stabilisce proprio il retto uso di questo Santuario. Ma nonostante l'apparenza non è certo una mentalità rubricistica, da sacrestia, quella che il testo trasmette! Entriamo bensì in contatto con la sapienza millenaria di un popolo che aveva compreso come la relazione con Dio non si improvvisa. Riassumerei questo libro con il pensiero di san Paolo: con Dio non si scherza, se qualcuno distrugge il suo tempio – che ora è il nostro stesso corpo - Dio distruggerà lui (ICor 3,16). La relazione con Dio esige serietà e responsabilità. Tant'è che nel libro dei Numeri la marcia nel deserto al seguito dell'Arca santa si svolgerà tutta all'insegna di questa impegnativa relazione con la divina presenza, la Shekinah, e il Deuteronomio concludendo il cammino nel deserto alla vigilia dell'ingresso nella Terra ribadirà ancora una volta la necessità di un culto santo per un retto uso della terra.
www.ilnuovoamico.it I cristiani non faticheranno a cogliere in questo grandioso itinerario verso la Terra, il loro cammino verso il Regno al seguito di Gesù, vero tempio dell'incontro col Padre. Faticheranno ancor meno a ravvisare nella celebrazione dei Sacramenti il luogo della presenza divina di Gesù che ci guida nel cammino del deserto che ancora ci separa dal Regno. Dal loro retto uso dipende il nostro cammino quaggiù. Orbene: i sacerdoti sono proprio coloro che assicurano, sorvegliano e custodiscono questo retto uso. Il Deuteronomio ci ricorda che l'ingresso nel Regno è sì una meta (le “benedizioni”), ma anche un giudizio (le “maledizioni”): una verifica del retto cammino percorso. Con buona pace di quanti pensano che il Dio severo e giudice sia appannaggio dell'Antico Testamento, Gesù stesso ha avuto parole di fuoco sul giudizio finale. Qualche volta faremmo bene a ricordarcene. Soprattutto se è in gioco la celebrazione dei sacramenti: quei gesti che ci trasformano in Tempio di Dio. È sempre più diffusa infatti tra i cristiani una concezione “sindacalizzata” dei sacramenti. Quasi che fossero un diritto per tutte le condizioni e le situazioni. Latita la fondamentale idea del sacro come fuoco divorante, presenza di Dio che distrugge. Terra santa in cui ci si toglie i calzari. E del sacerdote come custode del sacro, non già gettoniera anonima e meccanica di servizi culturali. Ecco perché una lettura del Levitico si rivela indispensabile al recupero di una responsabilità liturgica nella Chiesa. Pio Faresin
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