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« Bisogna ripensare il numero delle SS. Messe nel territorio » PDF Stampa E-mail
lunedì 18 gennaio 2010
Il Vescovo di Fano Mons. Trasarti invia a tutti i Sacerdoti, Rettori di Conventi e Santuari della Diocesi una lettera con disposizioni ben precise. Svolta importante anche per i fedeli. La S. Messa non può e non deve essere oggetto di mercato.
 
 
 
Tre i punti cardine:

1. Richiamo esplicito ai Sacerdoti ad essere più vigilanti
2. La S. Messa “non si vende” e non può essere il corrispettivo materiale della prestazione spirituale
3. Ridurre le SS. Messe in un territorio con parrocchie molto vicine


Le disposizioni inerenti allo stile celebrativo della S. Messa, che il Vescovo di Fano ha inviato a tutti i Sacerdoti, Religiosi di conventi e santuari – rende noto don Giacomo Ruggeri, suo Portavoce – rappresentano l’applicazione del Codice di Diritto Canonico e del Decreto della Congregazione per il Clero del 22 febbraio 1991, approvato in forma esplicita dal Sommo Pontefice.
 

1. Richiamo esplicito ai Sacerdoti ad essere più vigilanti

«Sarebbe superflua ed insignificante un’insistenza su norme che riguardano aspetti parziali della celebrazione dell’Eucaristia – scrive il Vescovo –  se in Diocesi non esistessero leggerezze, dovute, forse, alla non conoscenza delle normative canoniche, che fungono da pedagogia per non incorrere in abusi e in scandalo per i fedeli. E’ fatto obbligo all’Ordinario Diocesano di vigilare, incoraggiare ed ordinare. Riconosco, in molti, la generosità pastorale, la trasparenza e l’educazione serena del popolo di Dio. La normativa seguente riguarda solo il numero, gli orari delle celebrazioni e le offerte dei fedeli date al ministro in vista d’intenzioni di preghiera. Ma se le piccole cose sono un indice di realtà più grandi, è nostro dovere verificare se la mancata o scorretta applicazione di canoni, che mettono ordine su quest’aspetto soprattutto quantitativo (numero, orari delle Messe, offerte al ministro), non incrini anche il significato della stessa celebrazione eucaristica».

2. La S. Messa “non si vende” e non può essere il corrispettivo materiale della prestazione spirituale


«Per ciò che riguarda le offerte al sacerdote – precisa Mons. Trasarti – la tradizione è antica, anche se nel corso dei secoli ha subito modifiche di non poco conto. Già nel NT troviamo allusioni alla prassi del mantenimento dei presbiteri da parte delle Chiese (Cfr. 1 Cor 9,7-14; Lc 10; 1 Tm 5,8). Poi abbiamo la testimonianza che i fedeli portavano durante la celebrazione eucaristica della domenica offerte per la vita della comunità (che includeva anche il sostentamento dei ministri) e l’assistenza ai poveri (sec II – IV). Nell’alto Medio Evo, con lo sviluppo della devozione ai defunti, la progressiva clericalizzazione degli ordini monastici, il cambiamento della prassi penitenziale (penitenza tariffata e commutazione della pena) l’offerta per la vita del ministro diventò sempre più una tariffa legata alla officiatura di messe secondo le intenzioni degli offerenti. Ma in questo modo divenne meno trasparente il dovere ecclesiale di mantenere i ministri del Vangelo, attestato nel Nuovo Testamento. Il Codice di Diritto Canonico mantenendo questa prassi, ormai più che millenaria, vuole però riportarla al senso evangelico originario (Can 946) e mette in guardia da eventuali abusi (Can 947). L’umana fragilità giustifica quest’ultimo canone. Infatti la somma in denaro data in occasione della Messa non può essere mai considerata il corrispettivo materiale di una prestazione spirituale (tentazione dei preti) o il prezzo dì acquisto di ‘grazie’ (tentazione dei fedeli). Tutto questo “sarebbe semplicemente simonia (ovvero vendere le cose sacre e di Dio)”. Una osservanza corretta, una testimonianza trasparente di sobrietà da parte di noi ministri e una buona catechesi popolare potranno scongiurare questo pericolo».

3. Ridurre le SS. Messe in un territorio con parrocchie vicine. Vi sono troppe Messe.


«I sacerdoti – scrive il Vescovo Trasarti ai propri preti – devono concordare gli orari delle celebrazioni delle Sante Messe sia festive che feriali tenendo conto delle reali necessità dei fedeli e avendo cura di evitare sovrapposizioni e ancor più inammissibili ‘concorrenze’, nonché un numero eccessivo di Sante Messe in una circoscrizione ristretta. Devono, inoltre, distribuire le celebrazioni in orari differenziati tra le varie chiese, in modo da offrire diverse opportunità a quei fedeli che, per necessità, non possono intervenire alle celebrazioni parrocchiali. Si fa obbligo anche ai Religiosi e alle Religiose di inserire in questa programmazione vicariale le celebrazioni tenute nelle loro chiese: è indispensabile che tali celebrazioni nei giorni festivi diventino ‘parrocchiali’, cioè integrate nell’armonico programma delle parrocchie. Chiediamo che, nei giorni domenicali e festivi, si evitino abitualmente le Sante Messe negli Oratori e nelle Chiese, anche delle Confraternite, a meno che esse non fungano da ‘succursali’ della Chiesa Parrocchiale. Una tale disposizione si fa tassativa quando l’Oratorio è vicino o vicinissimo alla Chiesa parrocchiale».

 

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