| Mons. Coccia incontra gli studenti di Infermieristica |
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| martedì 09 febbraio 2010 | ||||||||
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“Per chi opera nel campo della sanità, anche se non ha fede, la giornata dell’11 febbraio, dedicata dalla Chiesa ai malati, assume una valenza molto forte e invita a riconsiderare la specificità della professione del medico e dell’infermiere. Chi soffre vive un’esperienza di limitazione e affida la sua vita a noi: se facciamo l’abitudine a questo, vuol dire che abbiamo smarrito il senso del nostro lavoro”.
Con queste parole il dott. Gabriele Rinaldi, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera “San Salvatore”, ha introdotto, giovedì 4 febbraio, l’incontro - da lui annualmente promosso con l’Ufficio della Pastorale Sanitaria diretto da Padre Lorenzo Bufarini - tra gli studenti del Corso di laurea in Infermieristica di Pesaro e l’Arcivescovo Mons. Piero Coccia. È stato un incontro cordiale e amichevole, che la profondità del tema ha reso anche molto intenso. “Vi state preparando a una professione, ha detto S.E. Coccia, che coincide in qualche modo con una missione: sarete quotidianamente a contatto con persone fragili, segnate dal dolore, che vi richiederanno una ‘sovrabbondanza’ di umanità”. Di fronte al loro bisogno non basta la competenza, che pure è indispensabile e deve essere costantemente aggiornata. Occorre anche la compassione, cioè la capacità di “soffrire con” il paziente, di condividerne l’esperienza: un rapporto umano fatto di attenzione, ascolto, cordialità verso il malato, è di grande aiuto alla scienza e può valere, a volte, più della scienza stessa. Ma c’è un livello di intervento ancora più profondo: è la consolazione, la capacità di colmare la solitudine “interiore” del malato. Questa è la sfida più difficile da raccogliere. Come colmare, infatti, la solitudine interiore di chi soffre, soprattutto se affetto da un male incurabile? Come colmare – ha chiesto Fabio, uno studente del II anno, raccontando la propria esperienza – la solitudine interiore dell’infermiere stesso di fronte alla morte di un paziente a cui si è affezionato? “I nostri professori ci aiutano ad essere professionali, a comportarci con un certo distacco, ma a me questo non basta”. Nessuno si abitua mai, completamente, al dolore e alla morte: “Anch’io, ha detto il prof. Rinaldi, ricordo ancora il mio primo paziente morto”. Questa “resistenza” all’abitudine è importantissima, perché prima o poi “costringe” ad addentrarsi nel mistero della vita, a cercare una speranza motivata. Ecco perché, ha sottolineato S.E. Coccia, la fede è un’esperienza non aggiuntiva, ma decisiva per l’uomo. Riguarda domande che sono non “oltre” la vita, ma “dentro” la vita stessa e costituisce un’alternativa alla disperazione e all’indifferenza. Quella della fede però - in particolare della fede cristiana - non è una risposta teorica o ideologica, ma una testimonianza. Occorre cercare testimoni veri della fede. L’Arcivescovo, a questo proposito, ha raccontato di due coniugi, incontrati durante la Visita pastorale, che, non potendo avere figli, hanno adottato una bambina cerebrolesa di otto mesi, abbandonata dai genitori naturali, irrecuperabile, che oggi ha trentadue anni. “Certe scelte non sono spiegabili umanamente, ha commentato; di norma, chi adotta un figlio lo fa sì per il bene del bambino, ma anche per trovare una compensazione affettiva. In quelle persone ho trovato solo pura e assoluta gratuità, testimonianza della gratuità di Cristo, che ha assunto su di sé il limite, lo ha amato e redento”. Considerata la ricchezza dell’incontro, il dott. Antonio Benedetti, Presidente del Corso infermieristico, ha invitato l’Arcivescovo a un nuovo appuntamento con gli studenti dell’ultimo anno: invito accolto con piacere da mons. Coccia. Il programma della giornata del malato proseguirà giovedì 11 febbraio: in mattinata l’Arcivescovo incontrerà il personale medico e infermieristico dell’Azienda ospedaliera; nel pomeriggio (ore 17.00) presiederà una celebrazione eucaristica in Cattedrale, preceduta dal S. Rosario (ore 16.30).
Paola Campanini
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