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Matteo Ricci: un nobile figlio PDF Stampa E-mail
giovedì 11 marzo 2010
“Vivo apprezzamento” è il sentimento espresso da papa Benedetto XVI in un messaggio inviato a mons. Claudio Giuliodori, vescovo della diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, in occasione del convegno internazionale “Scienza ragione fede. Il genio di padre Matteo Ricci” (Macerata, 4-6 marzo 2010). Nell’inviare la sua “benedizione apostolica” all’evento, una delle manifestazioni più importanti per il IV centenario della morte a Pechino del gesuita maceratese, il Pontefice ha sottolineato “la straordinaria opera culturale e scientifica del nobile figlio di codesta terra” e “il suo profondo amore alla Chiesa e lo zelo per l’evangelizzazione del popolo cinese”.

Memoria “viva” in Asia. Il convegno, che ha visto in totale la partecipazione di circa mille persone e un numero pari di accessi al sito www.diocesimacerata.it External link , dove era trasmessa la diretta streaming, si è concluso il 6 marzo con la partecipazione del card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici. Il cardinale ha ricordato che “la memoria di padre Ricci è viva in modo particolare nella sua Cina, ma anche in altri Paesi dell’Asia, come la Corea”, dove la fede cristiana è arrivata attraverso “gli scritti del gesuita italiano”. Per il cardinale, Ricci è stata una figura di missionario “appassionato e competente” che “ci insegna anche oggi l’arte preziosa di ‘incidere’ le culture con la Parola di Dio che salva”.

Metodo “flessibile”. Nella stessa giornata è intervenuto padre Giovanni Criveller, missionario del Pime e docente dell’Holy Spirit Study Center di Hong Kong, che ha sottolineato la “flessibilità dei mezzi” del “metodo missionario” del gesuita, che lo portava ad adattare “le sue strategie alle situazioni e all’esperienza”. Criveller ha rilevato che “l’obiettivo di Ricci non era quello di raccogliere i frutti della predicazione, nemmeno quello di seminare, quanto piuttosto di aprire una porta sicura per la fondazione del cristianesimo tra il popolo cinese. Pechino era la meta finale dell’ascesa di Ricci, da dove egli proponeva di ottenere la libertà di predicazione in tutta la Cina”. La sua strategia era in pratica quella di fondare “comunità relativamente piccole ma collocate nei centri urbani più importanti”, mente “la predicazione al popolo” era la “seconda, necessaria, fase di evangelizzazione: un’attività che Ricci non riservava a sé, ma ai suoi successori”.

“Strategia graduale”. Nell’intervento successivo, Nicolas Standaert, docente all’Università di Lovanio, in Belgio, ha posto l’accento sulla “Controversia dei riti”, in cui “il cosiddetto metodo ricciano, quale metodo missionario ‘adattivo’ diventa un concetto cruciale”. Lo studioso, attraverso un’analisi dei riti funebri di Ricci e dei cristiani cinesi convertiti, ha mostrato che in effetti “la sua strategia missionaria di adattamento fu un processo molto graduale” e, solo dopo un primo periodo, in cui i missionari “adottarono un approccio purista ed esclusivista, sottolineando la necessità di funerali sobri e fondamentalmente cristiani”, “si aprirono a rituali più cinesi e lo stesso funerale di Ricci fu il punto di svolta a questo proposito”.

Ricci e la cultura cinese. Dei rapporti tra Matteo Ricci e la cultura cinese ha parlato anche Franco Di Giorgio, docente di filosofia in un liceo marchigiano ed esperto ricciano, mostrando come il gesuita aveva “una conoscenza esatta delle caratteristiche assunte in Cina” da confucianesimo, taoismo e buddismo. “Dalla documentazione che abbiamo – ha sottolineato Di Giorgio, intervenendo al convegno il 5 marzo – risulta chiaro che Ricci acquisì un sapere adeguato della Cina, delle sue tradizioni e religioni, sotto il vaglio della cultura confuciana, con la quale era in stretto contatto”. Piuttosto, “i limiti interpretativi che si possono riscontrare nella conoscenza ricciana del taoismo e del buddismo sono da imputare al materiale e alle informazioni rese disponibili dalla classe dei letterati confuciani, che in quel periodo occupavano in seno alla società cinese una posizione di assoluto prestigio e dominio”.

“Ponte interculturale”. La novità del metodo ricciano dell’inculturazione della fede, “primo ponte verso una nuova metodologia della filosofia contemporanea, in particolare nella sua declinazione interculturale”, è stata rilevata sempre il 5 marzo da Alessadra Chiricosta, dell’Università “La Sapienza” di Roma e curatrice del testo di Ricci “Il vero significato del Signore del Cielo”. Chiricosta ha indicato nella scelta del missionario di tradurre Dio con i termini “Tian zhu”, “Signore del Cielo”, o “Shang”, “Sovrano dall’alto”, il tentativo di utilizzare parole che dimostrassero ai cinesi “che i valori cristiani erano compatibili con quelli del confucianesimo”, in una cultura che non aveva il concetto monoteistico di dio. Per la studiosa, Ricci, nel suo atteggiamento di “ascolto” e “studio” della lingua e cultura cinese, “ha colto l’alterità di questo mondo ma ne ha anche riconosciuto la pariteticità e dignità rispetto alla cultura e al mondo europeo”. Un insegnamento, questo, che – per Chiricosta – è utile in un “mondo globale” dove si pone il problema della “differenza” e della “traducibilità” culturale.

a cura di Simona Mengascini
 
Mercoledì 10 Marzo 2010
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