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Se anche la “normalità” va in crisi PDF Stampa E-mail
mercoledì 29 dicembre 2010
a cura dell’Osservatorio delle povertà 
e delle risorse della Caritas diocesana

Macerata - Aumentati dell’84% i passaggi, più 44% le nuove schede. Sono i primi numeri del Rapporto diocesano sulle povertà «Conosciamo la nostra realtà», che pone a confronto la rilevazione dei bisogni e delle richieste di quanti si sono rivolti ai Centri di ascolto Caritas negli anni 2008-2009. Il lungo lavoro di immagazzinamento dei dati, la loro lettura, gli incroci tra elementi omogenei è stato messo in atto da parte dell’Osservatorio delle Povertà e delle Risorse della Caritas diocesana ed è stato raccolto in un volume che uscirà nei prossimi giorni. Gli strumenti utilizzati per la rilevazione sono stati di due tipi: un questionario proposto ai parroci della Diocesi nel 2008 - con una risposta di 64 parrocchie su 67 (copertura al 95%) - e, con lo stesso metodo e l’identico strumento di lavoro, ad alcuni centri di ascolto della Caritas e a quello del Gruppo di Volontariato Vincenziano, sempre riferendosi ai due anni sopra citati. Dalle risposte dei parroci emerge che gli “anziani” costituiscono la prima «forma di povertà» maggiormente percepita; tale situazione di “disagio”, collegata al bisogno di compagnia e socializzazione, non può essere riscontrata se non andando direttamente verso chi si trova in questa condizione e molto spesso, nelle “indagini ufficiali”, questo dato viene preso scarsamente in considerazione (tanto più non viene approfondito a livello qualitativo). Ai parroci venne anche chiesto cosa le famiglie chiedevano loro; come prima necessità emergono la ricerca di lavoro e di alloggio: già nel 2008 l’elemento «lavoro» era percepito come primo bisogno e primo “segno” di come la crisi economica si sarebbe sviluppata in crisi occupazionale. Altra difficoltà rilevata è quella legata alle conflittualità familiari: sebbene nella nostra realtà permangano saldi principi che regolano il matrimonio, sembra però che nelle giovani coppie questi capisaldi inizino a venir meno generando conflitti interni più o meno aspri che possono portare a difficoltà relazionali, fino anche alla separazione e al divorzio; elementi, quest’ultimi, che sono causa di impoverimento. Attraverso i Centri di ascolto monitorati e utilizzando omogenee modalità di censimento delle persone che vi si rivolgono, è stato possibile fare un confronto tra i due anni. Le nuove schede dell’anno 2008 sono 798 mentre nel 2009 si hanno 1148 nuove schede. Oltre al notevole incremento di “nuovi poveri”, si evidenzia il cronicizzarsi delle situazioni già conosciute dai volontari dei vari centri (415 il numero di vecchie schede aggiornate al 2009). Gli utenti con «cittadinanza straniera» passati per i Centri di ascolto sono stati 723 per il 2008 e 1314 per il 2009, con 99 «cittadini italiani» nel 2008, arrivati a 218 nel 2009. Ciò conferma un aumento vertiginoso dell’utenza (+86%), anche italiana. Riconfermata in termini assoluti la prevalenza di stranieri rispetto agli italiani che però, in termini relativi, aumentano del 120%. Sono le donne a recarsi maggiormente presso i Centri di ascolto, in particolare giovani madri che si fanno portavoce dei bisogni della famiglia: il 7% ha fino a 25 anni, mentre una quota del 43% si colloca nella fascia di età immediatamente successiva (25-35 anni). Le richieste prevalenti sono, anche qui, quelle legate alla richiesta di lavoro sulle quali nel 2009, a differenza del 2008, si è riusciti a fare interventi solo per il 4,5%: è evidente la difficoltà da una parte di disponibilità di lavoro, dall’altra quella di ricollocare nel mercato persone dell’alta fascia di età produttiva (45-55 anni). Se in passato povertà e marginalità sociale si trovavano spesso a coincidere, negli ultimi anni emerge in modo chiaro come la fragilità economica interessa in modo trasversale le diverse componenti della popolazione. Siamo sempre più in presenza di quella che potremmo definire una povertà della “normalità”, dove un numero crescente di situazioni di disagio è sempre più definibile in termini di vulnerabilità. Emerge una popolazione che ha nella sua «fascia giovane» una generazione in difficoltà a causa della scarsità o mancanza di lavoro e parallelamente, tra le persone adulte e/o anziane, forte è il senso di solitudine. Da questa situazione e da questa domanda, il tavolo diocesano di Pastorale integrata è partito per pensare azioni di contrasto e poter dare una risposta, fraterna e tangibile, parallela a quanto quotidianamente viene fatto nelle realtà parrocchiali e a livello diocesano. Ne è scaturito dunque il progetto del Fondo diocesano «La solidarietà a lavoro». Un nuovo strumento (presentato sulle pagine di Emmaus n. 23 e ora pronto a partire) che, integrando quelli già presenti sul territorio, sosterrà le situazioni di povertà secondo una logica fraterna, pastorale e pedagogica.

 

La riflessione

Ripartiamo dal sostegno alle famiglie


di Laura e Gabriele Cardinali*

Il recente Rapporto sulle povertà curato dalla Caritas diocesana ha messo in luce, in modo scrupoloso e capillare, i bisogni e le emergenze del nostro territorio, in particolare dando voce alle tante situazioni di criticità esistenti e ricercandone anche le possibili cause. Le aree prese in considerazione dalla Caritas sono diverse, ma tutte comunque coinvolgono la famiglia: difatti, sia che si parli di perdita del posto di lavoro o che si affronti la questione malattia o anziani, la famiglia risulta soggetto e oggetto di povertà. è la famiglia che si fa carico della cura degli anziani non autosufficienti, così come dei malati o dei disabili. E spesso lo fa da sola, compiendo notevoli sforzi, anche economici, non sufficientemente supportata da adeguate politiche sociali e familiari. Basti pensare alla scarsa presenza degli asili nido e ai costi eccessivi di quei pochi esistenti. Tutto ciò contribuisce a generare crisi nella famiglia, rischiando spesso di far implodere una situazione già difficile. Il rischio maggiore è sicuramente la solitudine che spesso le famiglie sperimentano nel momento del bisogno, sentendosi abbandonate in quella che è la loro “missione”. La famiglia non vuole delegare, ma cerca supporto e sostegno per non sentirsi sola. La percezione di un abbandono può creare fatica nella coppia e generare delle crisi tra i coniugi che a volte sfociano in separazioni, originando così nuove forme di povertà. Certo, causa delle separazioni non sono solo i problemi economici, ma come si evince dal Rapporto della Caritas, spesso si registrano separazioni in situazioni economiche e lavorative floride. In tali casi, proprio grazie al benessere e ad una apparente tranquillità, ci si perde in “distrazioni” quali il gioco o l’alcool, minando così, di fatto, la stabilità della famiglia. Un fenomeno abbastanza recente per il nostro territorio (ma emerso con forza nel Paese già da qualche tempo) riguarda la realtà dei nuovi “poveri”: tra essi i genitori, in maggioranza padri, che si trovano a vivere l’esperienza della separazione. Cause di impoverimento diventano, così, il mantenimento dei figli o la difficoltà a pagare una nuova casa. E se poi ci si mette la perdita del lavoro, la povertà è totale. Normalmente si tratta di persone che, pur conservando un lavoro dignitoso, devono detrarre dalla propria busta paga le spese per il mantenimento dei familiari. Non si può legare l’analisi di tale fenomeno alla sola dichiarazione dei redditi, in quanto essa non evidenzia i debiti accumulati dalle persone separate o divorziate. Si stima che gli “impoveriti” nel nostro Paese siano circa 800mila - l’80% uomini e il 20% donne -, persone che hanno cambiato il proprio tenore di vita e vivono in una condizione di grave fragilità economica. L’emergenza è evidente: la famiglia lo dichiara con forza, anche se il suo grido è spesso senza voce. Non si vuol fare del semplice moralismo, ma i bisogni sono reali e concreti. Certo, spetta ai politici di turno occuparsi della famiglia e dei suoi bisogni, come spetta alla scuola, sostenere, educare e formare. È compito, però, degli uomini di buona volontà, cercare sempre e comunque il bene di tutti e non solo quello di pochi. Spetta a noi tutti avere orecchi attenti affinché il grido dei “nuovi” e dei “vecchi” poveri non cada nel vuoto. La prima richiesta della famiglia insomma, è quella di essere ascoltata.
 
*Direttori della Pastorale familiare della Diocesi di Macerata
 
 
 

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