| Luigi Geninazzi apre “In dialogo con la città” |
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| lunedì 14 novembre 2011 | ||||||||
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“Far rivivere emozioni e snocciolare riflessioni”: ha pienamente raggiunto il suo intento il prof. Luigi Geninazzi, editorialista di Avvenire, invitato (venerdì 11 novembre) ad aprire il nuovo ciclo di incontri “In dialogo con la città” promosso dal direttore dell’I.S.S.R. della nostra diocesi, prof Paolo Boni, per volontà di S.E. Mons. Piero Coccia.
E ci è riuscito con estrema facilità, perché si trattava di rievocare la figura di Giovanni Paolo II, cara a tutti, ma ancor più a lui, che al Pontefice era legato da stretta amicizia. Tante le emozioni rivissute dai numerosi convenuti a Palazzo Antaldi (o almeno da chi aveva l’età per ricordare): lo stupore di quel 16 ottobre 1978, quando fu eletto quel papa “venuto da lontano”, straordinariamente giovane, con una voce tonante, traboccante di umanità, ricco di humor, sportivo, ex attore, poeta, operaio; gli entusiasmi di quelle folle variopinte che riempivano piazze, stadi, spianate nei centoquaranta paesi da lui visitati; l’affetto con cui quelle stesse folle continuarono ad accompagnarlo quando sembrava diventato ormai un’icona della sofferenza; la commozione di cui lo circondarono durante i funerali, con un abbraccio ideale che si è rinnovato il giorno della sua beatificazione (1 maggio 2011). Antiche sensazioni risvegliate. Ma il prof. Geninazzi non si è limitato a questo. Con un giudizio straordinariamente lucido, ha voluto soprattutto spiegare quale sia stato il ruolo del pontificato di Giovanni Paolo II per il mondo e per la Chiesa. Un ruolo profeticamente sintetizzato - per così dire - nel 1979 (alla vigilia del primo viaggio in Polonia) dalle parole dell’allora capo del Cremlino Brežnev all’allora capo del Partito Comunista Polacco Gierek: ”Questo Papa ci creerà solo guai”. E in effetti di guai ne ha creati parecchi al regime comunista, che si è progressivamente sgretolato negli anni intercorsi tra la nascita di Solidarnośč (1980) e il crollo del muro di Berlino (1989). E questo, tuttavia, senza che mai il Papa si intromettesse direttamente nella politica. Il suo metodo era un altro. Lo troviamo racchiuso in quel “grido” che egli lanciò dalla Polonia davanti alle televisioni di tutto il mondo: “Io, figlio di questa terra, grido dal profondo di questo millennio: non si può escludere Cristo dalla storia, in nessuna parte del globo! Non si può tagliare il legame ombelicale che lega il popolo alla sua fede cristiana!”. Ecco il suo metodo: sottrarre i popoli alla pretesa totalitaria delle ideologie (non solo del comunismo, ma anche del capitalismo, contro il quale condusse una decisa battaglia in difesa della famiglia e della vita fin dal suo concepimento); immettere in loro un incredibile anelito di libertà; mostrare a quegli stessi popoli che la “radice” della vera libertà è il cuore dell’uomo bisognoso di Dio; andare ansiosamente alla ricerca di questo cuore “universale” per farlo attraversare dal messaggio salvifico di Cristo. In questo senso Giovanni Paolo II si può definire il Papa della libertà. Con questo metodo egli ha operato una vera e propria rivoluzione anche all’interno della Chiesa. Occorre ricordare, infatti, che negli anni ‘70 la Chiesa occidentale, colpita dall’onda lunga del Sessantotto, sembrava avviata alla marginalità e all’insignificanza culturale in quel mondo turbolento aspirante alla giustizia e alla libertà. Giovanni Paolo II, proveniente da una chiesa per molti aspetti ancora preconciliare, costretta al silenzio e quasi sconosciuta, ha ribaltato completamente la situazione: ha dato voce a quel silenzio; ha ridato coraggio alla chiesa occidentale con quel suo possente “Non abbiate paura!”; l’ha purificata con la richiesta di perdono; ha dato impulso alla chiesa cattolica nel mondo, divenendo un leader globale, riconosciuto come autorità morale anche dai non credenti. “Tutto può cambiare”, disse nel 2003 rivolgendosi al corpo diplomatico vaticano. Non lo disse con l’orgoglio prometeico di chi crede di “potere tutto”, ma con l’umiltà semplice di chi si lascia “affascinare da Dio in ragione dell’uomo e affascinare dall’uomo in ragione di Dio”. Pesaro 14 Novembre 2011
Paola Campanini
Arcidiocesi di Pesaro
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