| Incontro regionale per insegnanti di religione cattolica |
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| giovedì 24 novembre 2011 | ||||||||
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È stato il primo in assoluto, nella storia della chiesa marchigiana, l’incontro regionale degli Insegnanti di Religione Cattolica tenutosi domenica scorsa, 20 novembre, a Loreto. Un’esperienza promossa dall’Arcivescovo Piero Coccia e dal dott. Franco Marini, Direttore dell’Ufficio Scuola Regionale, in accordo con i direttori delle tredici diocesi delle Marche.
Le ragioni dell’iniziativa - che si inserisce pienamente nella prospettiva dell’”anno della fede”, indetto dal Pontefice per il 2012-2013 e del Convegno della Chiesa marchigiana, in programma per l’autunno del 2013 - sono state chiarite dallo stesso Arcivescovo: testimoniare, con un gesto visibile, il senso della comune appartenenza alla Chiesa; riflettere sulla responsabilità educativa e missionaria nell’attuale contesto culturale. La giornata, che ha visto la partecipazione di circa trecento docenti, ha avuto il suo fulcro nell’intervento del prof. Luigi Alici su “Contatti, relazioni, legami: il futuro della reciprocità nella società solubile”, a cui hanno fatto seguito, nel pomeriggio, i gruppi di studio. “Ha valore solo ciò che mi coinvolge emotivamente e che mi gratifica nell’immediato”. Questo “narcisismo incivile”, come lo definisce Sennett, tende oggi a dominare le relazioni: una dilatazione emozionale dell’io (per cui “non conta ciò che faccio, ma come mi sento quando lo faccio”) con la conseguente marginalizzazione della “civitas”. Lo si nota in tutti gli ambiti. Nel mondo virtuale, dove i contatti sono brevi, effimeri e deresponsabilizzanti proprio perché si possono accendere e spegnere in base a ciò che “si sente”. Nei rapporti di coppia, dove il “per tutta la vita” si trasforma in “per tutta la durata di cui il mio apparato emozionale è capace”. Nell’ambito sociale, dove, ad esempio, si preferisce l’impegno nel volontariato (per la gratificazione immediata che dà) piuttosto che l’impegno politico a lungo termine o dove si evidenzia una notevole difficoltà a gestire i conflitti, risolti spesso con esplosioni di violenza. Lo si nota anche nella Chiesa, perché l’approccio al cristianesimo oggi è caratterizzato più dal coinvolgimento emozionale che da quel dialogo con il Logos al quale invece il papa Benedetto richiama costantemente (non a caso, scrive Jenkins, nel Novecento il cristianesimo si è diffuso più nel mondo africano e sudamericano che nei paesi occidentali scientificamente avanzati). Questo stato di cose rappresenta una regressione non solo nei confronti della tradizione cristiana e del suo stretto legame tra fede e ragione, ma anche della migliore tradizione illuministica, che nella ragione e nell’universalità della civitas riponeva i suoi fondamenti. Che cosa si può fare allora anche attraverso l’insegnamento della religione cattolica? Bisogna rieducare all’uso critico della ragione. Può sembrare strano, ma spetta particolarmente ai docenti di “religione” richiamare i giovani al valore della “ragione”. Aiutandoli a sollevare domande. Questo “narcisismo” corrisponde al bene della persona? Qual è la struttura “naturale”, originaria, della persona? Quella di “animale relazionale” (come affermava san Tommaso sulla scia di Aristotele), legato agli altri dal riconoscimento di un bene comune che li precede e trascende, esplicitabile a livello politico? Oppure (come sosteneva Hobbes all’inizio del pensiero moderno) quella di “individuo autonomo”, proprietario di se stesso, incline ad un rapporto puramente competitivo con gli altri e disposto ad associarsi solo in funzione strumentale, decidendo per “contratto” e “convenzione” che cosa è il bene comune? Vivere sull’onda delle emozioni non genera forse una “schizofrenia” come quella della cultura attuale, che, da una parte, riconosce un “bene comune” valido “in sé”, a cui la scelta dei singoli deve sottostare (es. valore della natura per gli ambientalisti); dall’altra teorizza che il bene “in sé” non esiste, ma è il prodotto di una “scelta assolutamente autonoma e individuale” (es. aborto, manipolazione genetica, omosessualità)? E se la libertà viene concepita come scelta autonomistica di relazioni “volontarie”, che libertà può essere riconosciuta all’uomo, la cui vita dipende per la maggior parte, da relazioni “involontarie”, non scelte da lui? Ce ne è stato abbastanza di materiale su cui riflettere, sia nei gruppi di studio che ritornando al lavoro in classe.
Arcidiocesi di Pesaro
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