| Parrocchia: una fotografia mai scattata |
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| giovedì 07 giugno 2012 | ||||||||
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Una riflessione a 50 anni dal Concilio Vaticano II
Una grande e stravolgente innovazione del Concilio Vaticano II è stata la collocazione del “popolo di Dio” al centro dell’essere Chiesa: non più l’antica struttura gerarchica, ma il “popolo di Dio”.
Questo naturalmente esige un cambiamento di prospettiva, per aprirsi a importanti novità. Alcune riguardano direttamente la parrocchia. Il primo sostantivo che si abbina alla parola “parrocchia” è “parroco”, cioè il perno, l’amministratore, l’organizzatore di attività, di momenti liturgici, di catechesi, di pastorale… È giunto il momento di compiere una metamorfosi, che cambi la “parrocchia” in “Comunità cristiana”! Soltanto così potremo attuare le parole del Concilio. Finora la parrocchia non si è mai convertita, è rimasta strutturalmente com’era prima del Vaticano II: sono nati organismi parrocchiali, consigli, sono cresciuti la collaborazione dei laici, il diaconato, i ministeri vari… ma il parroco è rimasto al suo posto, al centro! Diminuiscono i preti, ad alcuni viene assegnata la guida di più parrocchie, si moltiplicano gli incarichi: preti a cui è chiesto di essere ovunque, per ottenere che non arrivino più da nessuna parte! Si prega disperatamente perché il Signore mandi vocazioni sacerdotali alla sua Chiesa, ma i risultati sembrano deludenti. Il Concilio, nella Gaudium et Spes , ha aperto un portone che guardava su un panorama meraviglioso, ma – a quanto pare – è stato subito chiuso! O meglio quasi nessuno l’ha attraversato.“Comunità cristiana” è la profetica realtà conciliare (possiamo dargli un altro nome se vogliamo: ad esempio, “ekklesia”) che possiede al suo centro il “popolo di Dio”. In esso lo Spirito ha suscitato altre vocazioni ed altri carismi rispetto a quelli attesi. Non sono sorte nuove vocazioni sacerdotali? Al giorno d’oggi, la realtà deve essere vista e organizzata in un modo diverso, mentre noi, purtroppo, continuiamo ad insistere come si è sempre fatto, mantenendo lo “status quo”. Se la parrocchia si trasforma in una “Comunità cristiana”, questo implica una diversa organizzazione che piano piano maturerà. Dobbiamo avere il coraggio di seguire questa via con calma e gradualmente, prima che per emergenza si renda necessario un veloce cambiamento, senza alcuna preparazione! In ogni diocesi bisognerebbe già avviare questa metamorfosi, in cui non è più possibile mantenere la struttura “parrocchia”. La “Comunità cristiana” proverà ad organizzarsi ed a strutturarsi adeguatamente. Si può costruire dalla base, cioè dalla partecipazione del “popolo di Dio”: saranno le stesse esigenze della collettività a farci da guida. C’è bisogno, per esempio, di catechesi! La Comunità potrebbe promuovere dei catechisti, prepararli, proporre un coordinatore. Questi dovrà essere una persona competente: si richiederà che abbia fatto teologia, almeno l’Istituto Superiore di Scienze Religiose (ISSR). La Comunità avrà bisogno di gestire le varie attività pastorali, con i giovani, gli anziani, i malati, l’oratorio: si prepareranno allora degli animatori pastorali (per la pastorale della salute, la Caritas, i giovani, l’oratorio, lo sport, la cultura, la pastorale matrimoniale e familiare). A loro volta, saranno coordinati da una persona competente, che come nel gruppo dei catechisti abbia almeno frequentato l’ISSR. La Comunità avvertirà il bisogno di gestire bene i suoi spazi, di ampliare e mantenere in buono stato le strutture, di adeguarle, di pagare le bollette. Nascerà allora un gruppo amministrativo, coordinato da un esperto: un commercialista, o avvocato, o costruttore. La Comunità avrà bisogno di Sacramenti: a questo scopo, un sacerdote sarà nominato responsabile, con l’aiuto di un diacono, se presente, e dei ministri straordinari della Comunione. La Comunità sentirà il bisogno di essere rappresentata, di un punto di riferimento, un coordinatore. Eleggerà un presidente, che ne sia all’altezza sia per maturità di vita, per esempio di vita, per buona reputazione, ed anche per preparazione teologica, naturalmente approvato dal Vescovo. Sarebbe così la Comunità stessa che partecipa, si muove, si organizza, si coinvolge e risponde ai propri bisogni con vari carismi. La “Comunità cristiana” si dà una sua struttura con i quattro coordinatori negli ambiti appena mostrati: il settore catechetico, il settore pastorale, il settore amministrativo, e quello sacramentale. Guidati da un presidente, saranno i responsabili di una “Comunità cristiana”. Il Vescovo rimarrà sempre il responsabile di una diocesi, ne approverà i vari coordinatori e ne valuterà l’adeguata preparazione. Come già avviene in altri paesi europei (Svizzera, Germania), questi coordinatori ed i presidenti, se necessario, riceveranno un adeguato compenso dal fondo della Chiesa Cattolica Italiana, che non sarebbe più solo un fondo per il sostentamento del clero, ma di tutta la Chiesa. In questo caso il Sacerdote e il Diacono assumono soltanto il ruolo di ministri della Parola, dell’Eucarestia, e dei Sacramenti: non sono più i responsabili della “Comunità cristiana”, e possono concretamente servire anche più di una comunità, con meno responsabilità e più disponibilità. Quante persone hanno frequentato e ottenuto titoli dai vari ISSR e non hanno sfogo, se non come professori di religione? Con questo cambiamento, invece, molti potrebbero servire adeguatamente la “Comunità cristiana”. Penso che questo deve farci riflettere, perché non possiamo vedere le cose solo dal nostro punto di vista, ma sforzarci di seguire ciò che lo Spirito sta inquadrando e il Concilio aveva focalizzato. Forse la Chiesa deve provare a cambiare obiettivo e mettere un grandangolo, per scattare una foto più adeguata. È tempo di incominciare a riflettere e ad organizzarsi per non lasciarci sorprendere e risultare impreparati.
Don Dino Cecconi
Dottore in Teologia Spirituale
Dir. Ufficio Regionale Comunicazioni Sociali - Marche
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